Ho pochissime idee su cosa significhi fare arte, basicamente perché non vivo di quella e non ho limiti o vincoli di sorta che non siano i miei personalissimi confini mentali o spirituali o dell’anima. A maggior ragione non so cosa significhi fare arte ora e penso sia una domanda un po' fessa, perché ora vale sempre, perché come dicevo all’inizio uno vive di reclusioni, di recinzioni o di tentativi di fuga ben prima della pandemia attuale e questo lo fa sempre. Esiste un crinale estetico, credo: puoi avere capacità, tecnica, inventiva, puoi fiutare uno stile o inventartelo, puoi creare emozioni e puoi sedurre. Puoi sbalordire. Puoi impressionare. Ma resta che devi essere altro e l’arte, quella che maneggi con cura, deve essere riempita di una trama. Viviamo però in un’epoca che ha superato il contenuto nella sua relazione diretta con il mondo e si è immersa a piene mani nell’estasi del vuoto perché il mondo senza contenuti è solo una valanga incontrollata di sensazioni. Cosa è veramente importante sfugge, non ci sono priorità naturali, valori essenziali, quelle cose come il giusto e l’errato o il vero o il falso. Quindi le ricette valgono solo per la propria cucina personale e si alimenta l’ego proprio o del mondo. Non c’è via di uscita, quindi? No, c’è. C’è perché resistiamo all’idea di annullarci e ci mettiamo ogni giorno all’opera per capire, cercare di capire qualcosa: cosa facciamo, a chi lo facciamo, quando e volendo fare cosa. E attenzione, non parlo di grandi sistemi ma dei nostri e nel mio caso dei miei personalissimi e semplicissimi gesti e cosa ci trovo in quelli anche se questo rischia di avere il valore, lo stesso identico di chi legge i fondi di caffè o vede Padre Pio nell’ombra ammuffita di un muro. Quindi intingiamo i nostri pennelli nel colore e tracciamo macchie che si espandono nell’acqua e si fermano ad un punto. E poi sopra quel pezzo di carta mettiamo del giallo e del rosso e una punta di azzurro. Io faccio le elementari e quindi riempio confini che ho tratteggiato con la matita, come i bambini nei libri. E poco importa se quel libro l’ho già letto e di quella macchia non conosco il nome. Forse, dentro di me, dentro la mia curiosità, esiste una risposta sconosciuta agli occhi, un codice sumero di cui ignoro razionalmente tutto ma che mi dà la possibilità di andare avanti esprimendo quello che vedo come un cieco. Dipingo l’ombra di un cane e la storia non scritta del suo guinzaglio.

francesco faina

/// Bologna

RUMINOS