alessandra bordino

///Novara

Come le patate lasciate al buio in cantina
 

1/5/2020
23:27 Com’è? Ti sento lontanissima. (?)

2/5/2020
9:51
È vero, credo di stare impazzendo
9:51
Non so se è la quarantena o l’ansia
9:52
Ma mi tornano le tendenze all'isolamento
9:53
So però che è dato dalle circostanze
9:53
O almeno lo spero

13:39
Ho avuto questa sensazione molto chiara quando ci siamo viste nella videochiamata. Mi è rimasta addosso una strana amarezza. Io non sono una che chiama perché anch'io ho una certa tendenza all'isolamento ma senza subirla o quantomeno soffrirne. È una circostanza al limite questa, sarebbe strano restarne immuni. Cosa posso fare per te?
13:41
Io mi sono attaccata ai miei germogli per sopravvivenza. Ci ho trovato qualcosa di vitale. Resta attaccata anche tu a qualche cosa che lo sia.
14:04
Intendo che l’aria che si respira è mortifica e mortificante e annichilisce gli

spiriti. E siamo un po’ come le patate lasciate al buio in cantina, alle volte basta un piccolo fascio di luce per fargli venire un po’ di verde.

19:29
you deleted this message.
19:43
Io, l’altro giorno quando abbiamo fatto la videochiamata, ero molto contenta di sentirvi e vedervi, però è vero che ho fatto, di questi tempi, un uso del telefono che non mi piace e che mi ha influenzata.
Non l’ho mai amato e non ne ho mai fatto mistero, ma sapere che è l’unico mezzo, oggi, grazie al quale sentirsi ancora nel mondo mi fa sentire in suo potere, schiava. L’abusarne mi violenta, eppure non posso farne a meno. Ne ho bisogno, sempre di più, in dosi sempre più massicce, e mi avvelena.
Non cambia se è per leggere una notizia, una mail, seguire un video di workout per i glutei, praticare la lezione di Ashtanga Yoga gratis, assistere alla diretta di teatro su Facebook, non perdersi la chiacchierata filosofica su Youtube, il live concert su Instagram, partecipare ad una festa di compleanno su Zoom, ubriacarsi ad un aperitivo su Wazzapp, presenziare ad una riunione su Join, rispondere ad una videoconferenza su Hangouts,
programmare una lezione su Classroom, godere di una videochiamata hot su Facetime, registrare un video, seguire un videcorso di Sevillanas, ascoltare audiofavole, meditare con campane tibetane, vedere la messa del Papa delle 7 di mattina, la conferenza stampa di Conte, la protezione civile, raccontare a mia madre che oggi ho fatto la spesa.
Non c’è l’ho con queste cose. Ce l’ho con la resilienza.
Mi ha sempre fatto incazzare la parola resilienza, in questo caso ancora di più. A me non mi va di esserlo, resiliente, non adesso. Non mi va di adattarmi a questa situazione. Resisto comunque a fatica e non sono resiliente, né voglio esserlo. Non è tanto la clausura che mi colpisce basso, quanto il fatto che mi trovo a fronteggiare questioni con me stessa che ho sempre rimandato e che hanno a che fare con cosa voglio fare davvero, ma anche con che cosa ho bisogno di fare, cose che non coincidono forse più, se hanno mai coinciso. Questa quarantena è stata uno specchio affilato, utile ma difficile. Voglio banalmente avere ed ho bisogno dei soldi per poter continuare a comprarmi da mangiare e pagare le bollette, gli spostamenti, i viaggi e passare del tempo con le persone che amo, tempo sincero e libero.
Mi sono resa conto di avere bisogno di esserci e il fatto di non poterlo fare mi fa automaticamente sentire impotente.
Quello che ci siamo detti in questi mesi riguardo il nostro progetto, circa il tentativo sempre fallito, il provarci come condizione esistenziale mi ha investita come una tempesta di sabbia, seppellendomi sotto tonnellate di granelli finissimi. È un deserto in cui anche il vuoto è pieno, un deserto in cui sono bloccata sotto la sabbia, come una mummia. Da lì, perfettamente conservata dentro il sarcofago dorato del mio Lockdown, anche Anubi
si è rifiutato di pesarmi il cuore, troppo facile ha detto.
-Facile un cazzo, Anubi.
-Non posso pesare io il tuo cuore. Lo devi fare tu.
-Tutta questa connessione mi fa sentire piatta e indecifrabile.
-Non sei un geroglifico quindi sii res...
-No!
-Cosa?
-Stavi per dirlo. Stavi per dire anche tu res...
-Restituita.
-Restituita?
-Resa alla vita. Lo spazio che non hai, però l’hai concesso.
-È vero...
-Lo so.
-E quindi?
-Quindi basta
-Sono stufa di combatterli, non posso cacciarli.
-La resa, non la rassegnazione, è coraggiosa.
Parlavamo dei miei fantasmi, con Anubi, per scappare dai quali mi ero trovata lì. Aveva ragione e anche tu.

So di aver creato distanza e mi dispiace, ma ora che riesco a vederlo, so che la mia era una risposta silenziosa al chiasso che sentivo e me lo sono concesso, o non so capirlo.
Né comunicare di che cosa ho bisogno perché penso spesso di sbagliarmi, di ingannarmi, di confondermi con altro, non mi fido di quello che sento perché penso sempre che sia o troppo, o esagerato, o sbagliato.
Lo capisco solo dopo, più precisamente, di cosa si trattava. È sempre il solito errore noto che faccio perché non mi riesco a fermare nella discesa, o semplicemente a dire: adesso ho bisogno di questo.
Averti lasciato addosso quell'amarezza di cui parli, che è proprio quella che cerco di tenere per me, mi dispiace profondamente perché non intendo

nasconderla, ma non vorrei mai trasmetterla, soprattutto a te o alle persone preziose.
C’è bisogno di vedersi e stare insieme e viversi ancora e ancora creare: sorrisi e storie nuove e ridere, ridere.
Sono comunque in grado di vederlo e sentirlo, per fortuna.
Lo capisco che questo ti ha tenuta attaccata.
E’ stato il fascio di luce che ha colpito la patata e fatto spuntare il ramoscello.
Quel fascio di luce è arrivato anche nella mia cantina, sotto la sabbia e sta già germogliando.
PPP (post scriptum porno)
Spero di mostravi presto il fiore della patata.
Ti abbraccio.
Ale.

RUMINOS