Riflessioni dal confino

 

Il cinema è questione di buio. Si entra in una sala con poltroncine, in genere rivestite di velluto o materiale simile, ognuno si siede al suo posto. Sul fondo c’è lo schermo, uno schermo molto più grande di tutti quelli che abbiamo a disposizione a casa o in ufficio. La luce si spenge e il film inizia. Entriamo nel suo mondo, complice il buio.

Oggi, ora, e chissà per quanto tempo ancora, guardiamo un sacco di film sulle piattaforme online e via cavo e nell’orgia di scelte e proposte che ne deriva, assistiamo impotenti a qualcosa che era nell’aria, minacciosamente: la chiusura delle sale cinematografica. Ho usato la parola “chiusura” e non “sparizione”, per una forma di ottimistica resistenza. Il cinema non è soltanto il prodotto di un lavoro artistico, ma anche un luogo dove questa arte si manifesta. Questi luoghi stavano attraversando una crisi di sostenibilità economica da tempo e i salvataggi non erano stati pochi, il pubblico resisteva (per altro non certo così copioso). Un virus, un decreto ministeriale e la fine è giunta repentina, senza intoppi, senza appelli, senza contrasti.

Mi manca molto andare al cinema. La settima arte si trova a fronteggiare uno dei tanti momenti di trasformazione che hanno determinato la sua storia. Si salverà, mascherina permettendo. Le sale cinematografiche forse no.

francesca cattoi

/// La Spezia

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