Oggi c'è il sole e sono più docile. Fumo da sola, seduta sotto il glicine che mi regala un po' di ombra tra i suoi fiori pendenti. Ieri il cielo era coperto, opaco come la polvere, sentivo il peso dell'aria circoscritta di una casa. Un leggero affanno nel respirare, corti i polmoni, appesi come due salami dentro il petto. Non soffro tanto l'isolamento quanto la costrizione e l'ubbidienza. Vivo intimamente il disagio di non sapere accettare davvero questa specie di apocalisse lentissima, e questo neanche prima. So invece che vorrei scrivere un pensiero da mettere qui ed è tanto tempo che non scrivo.

Mi torna, puntuale come un richiamo, il passaggio di una riflessione di Carlo Sini, che in una sua lezione si interrogava sulla parola Arte. Arte è una parola che io non uso mai, direi anzi che la evito per assuefazione e nausea, un po' come Imagine di John Lennon, purtroppo.

_Arte come Rito e come Ritmo hanno la stessa radice sanscrita “rt”.

Il contrario di Arte è Inerte.

Inerte è ciò che non danza, che giace immobile e si sottrae al rito. Il rito ha la funzione di consegnare valore agli atti, di celebrare i passaggi di stato dell'esistenza; e il suo contrario è Irrito, cioè ciò che non ha valore.

Ecco, sento che questo slancio primordiale e vitale, inscritto nella sua matrice, sia la cosa più vicina e fedele alla quale appigliarmi per definire la sua natura.

Come tutti, sono un essere che oscilla, attratta e respinta da questi due poli opposti e contrari, dunque arte ha necessariamente a che fare con resistenza.

francesca colli

///Robecco Pavese

RUMINOS