GIACINTA GANDOLFO

/// Torino

Intrappolata in un’immobilità, prima giardino fertile, silenzio, poi congelamento: nel tempo in cui mi nutro di poesia, ne rimango allo stesso modo sfiduciata, dà pasto alla dimenticanza. 

Non cerco un insegnamento nella fatalità, torno a quei limiti di sopravvivenza che si sciolgono in attività di scarsa memoria e che adesso, pur non mancandomi, mi addolciscono il pensiero su cosa è il tempo. Un grande sacco carico di carta gettata senza riflesso né ricordo, un tesoro ormai rotto, molto sporco, odore di marcio, il nutrimento amato, il vizio, oggetti che danno piacere con una data di scadenza. 

Rifletto sulla mancanza di pensiero che si muove come un liquido nella quotidianità e all’unica cosa che desidero: entrare in te signora primavera, commuovermi al risveglio dei tuoi profumi. Sentire il mio stomaco carico di sentimenti che accendono pensieri sporchi e intraducibili, poesia e piacere, dicotomie che osservano dal basso il lontanissimo Nirvana. 

Ho il desiderio di espandere questi muri e guardare attraverso la vita delle piante che ci fanno compagnia da sempre. 

Non mi interesso a cosa pensi, la critica mi è facile ma non è affar mio in queste strane vite. Piuttosto non capisco che significa legittimare un hobby, una passione, elevandolo a lavoro per riceverne conferme e adesioni collettive. Quanto tempo è passato dal “non lavorate mai” di Debord.

Una persona illuminata mi disse di non pronunciare mai la parola “lavoro”, la fatica, come dicono a Napoli. Il lavoro è inquinato nel momento in cui coincide con un’azione, molto spesso per conto di altri. 

A casa, senza lavoro, dobbiamo Inventarcene uno, questo non lo capisco. 

 

Dalle forme e colori che nutrono il mio spirito, che continueranno a farlo anche fuori dalla mia stanza, vorrei pensare all’arte come estetica dell’essenziale-esperienziale, che tenti di eliminare dalla quotidianità quei brandelli di carta senza riflesso o, quantomeno, ridurli. 

Una festa di piacere stimolante per gli occhi e per la mente. 

Si avrà sempre meno bisogno di pezzi di concetto dal sapore di ricerca, posati su un plinto di seconda o terza mano, che non è stato abbastanza buono per nulla perché, anche lui, era uno di quei fogli di carta. 

Se l’arte è nata come imitazione della natura non ci potrà salvare neanche una carezza virtuale, solo una finestra che, falsata dal tempo ormai ovattato, ci apparirà come un quadro. 

RUMINOS